Quando Bodoni lascia
la natìa Saluzzo per cercare «perfezionamento e fortuna», egli trova impiego
presso la Poliglotta di Propaganda Fide a Roma (1758) dove, oltre ad approfondire l’arte della stampa,
diviene amico di alcuni importanti prelati che si preoccuperanno anche della
sua formazione culturale.
Roma è ovviamente polo di attrazione per artisti e letterati
di tutta Europa, e pertanto terra di fermenti culturali. A cominciare da quel Anton Raphael Mengs (1728-79), artista
erudito, appassionato dell’arte rinascimentale, che Johann Joachim Winckelmann, grande archeologo e suo amico,
anch’egli attivo a Roma a quel tempo, considera «rinato quasi come la fenice,
dalle ceneri del primo Raffaello».
Winckelmann è senza dubbio il maggior protagonista del recupero archeologico e un inflessibile sostenitore del ritorno a quel «gusto alla greca» che si contrappone idealmente al colossale progetto filo-romano del Piranesi. Quest’ultimo, dopo gli studi di architettura a Venezia, nel 1744 si stabilisce a Roma e, come è noto, ridisegna le rovine romane caricandole di una drammatica visione tra luci e ombre. «Tanta è la forza della sua immaginazione - ha scritto Hugh Honour - che costringe i contemporanei e i posteri a guardare l’architettura romana con i suoi occhi».
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Il rinnovamento artistico verso la metà del Settecento si
propone soprattutto come reazione alla leziosità del tardo barocco e del
rococò, oltre che nella scia dell’entusiasmo per le antiche fonti dell’arte, in
un clima culturale ormai ampiamente interessato alla classicità.
Anche se «classico» e
«neoclassico» risultano accezioni un
po’ semplicistiche e di comodo, l’antico ideale di bellezza e di armonia viene
riproposto come in un nuovo Rinascimento della arti.
Giambattista Bodoni (1740-1813), grande tipografo e sommo disegnatore di
caratteri prima che editore, ha vissuto da protagonista quel periodo di
rinnovamento, sia pure da uomo moderato e mite. Si può sostenere, comunque, che
dopo Piranesi e Canova, sarà proprio Bodoni
l’artista italiano di maggior spicco e influenza in campo internazionale nella
diffusione del gusto neoclassico.
Il materiale costitutivo dell’involucro merita una
particolare attenzione all’interno della
progettazione di packaging, in quanto va considerato il principale responsabile
della corretta protezione e conservazione del prodotto. Va anche tenuto conto
che tra i maggiori problemi strettamente connessi al packaging che coinvolgono
sia i progettisti e gli uffici tecnici delle aziende, sia i responsabili di
produzione, vi è certamente quello di individuare materiali sempre più adeguati
alla confezione, sempre più leggeri e resistenti, ma anche sempre più
compatibili con il processo di riciclo dei rifiuti.
Se un tempo i produttori di imballaggi
erano impegnati nel miglioramento delle prestazioni tecniche, oggi il problema
sempre più impellente da risolvere è quello dello smaltimento dei rifiuti. Tutta la
grande industria (ci riferiamo quantomeno a quella europea) «ha modificato le
proprie strategie di marketing produzione e sviluppo, innovando il packaging in
chiave ambientalista»
Molte confezioni, soprattutto quelle di
vari prodotti alimentari, sono state alleggerite e semplificate, passando dalla
tradizionale scatola rigida in cartone al sacchetto morbido in carta accoppiata
con film argentato protettivo, o al semplice involucro intorno al prodotto
stesso. E’ il caso, per esempio, di tutti o quasi, i tipi di biscotti del Mulino Bianco, una marca che ha preso
avvio sotto l’egida della Brand image, ma
che ha assunto nel tempo un’ampia risonanza come se si trattasse di una vera e
propria Corporate image a livello
aziendale.
Sul piano dell’attenzione ecologica, la
stessa Barilla ha dichiarato il proprio impegno «a ridurre i volumi degli
imballi, gestire gli scarti e, non ultimo, promuovere progetti di coalizione
con enti privati per il riciclaggio degli imballi complessi».
L’ impegno di tutti dunque è quello di
individuare, per imballi e confezioni, tecniche che riducano l’impatto dei rifiuti
sull’ambiente e, al tempo stesso, la ricerca di materiali che, a fronte di
resistenze sempre maggiori, pesino sempre meno. Minor peso e minor ingombro con
l’ottenimento degli stessi livelli comunicativi, comportano evidenti risparmi
economici determinanti per la conquista dei mercati.
Materiali come il politene o come il polipropilene (evoluzione del famoso “Moplen” che fruttò a Natta il Nobel), sono totalmente riciclabili e possono sostituire in molti casi altri supportiritenuti nocivi. Il polipropilene soprattutto è un materiale - secondo l’esperta di materie plastiche Frida Doveil - con elevate resistenze alle temperature, un’eccellente barriera all’acqua e un buon comportamento organolettico.
Parti precedenti:
1. Questione di Packaging2. Il packaging di successo
3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
4. Nascita del packaging industriale
5. Il vetro nel packaging
6. Il packaging design
7. Il packaging dei medicinali
8. Packaging e colore
In tutto il packaging destinato
soprattutto ai prodotti di largo consumo, oltre alle componenti del lettering,
della decorazione grafica e di un’eventuale illustrazione, anche la relazione
del colore con il prodotto è molto importante, e spesso richiede un uso
psicologico.
L’impiego di colori freddi, acidi,
metallici, ad esempio, male si adatta ai prodotti alimentari, ma bisogna
prendere in considerazione la collocazione distributiva del prodotto stesso e
regolarsi in merito, facendo anche i necessari test. Differente è il problema
per una scatola di dolci se viene distribuita soltanto nelle pasticcerie di
livello e quindi destinata a una vetrina piuttosto elegante e in una fascia di
costi piuttosto alta, oppure se la sua destinazione sono i supermercati.
Lo studio del packaging, e del colore in
particolare, deve necessariamente tenerne conto. Per altre ragioni, prodotti di
buon disegno, come le suppellettili domestiche destinate a un mercato
selezionato, richiederanno una grafica e un cromatismo discreti e in linea con
il design del prodotto.
Tra i compiti che il packaging-designer può assumere e associare per affinità con la normale attività, vi è quello di progettare display , crowner e piccole strutture espositive per il punto vendita. Anche in questo settore è possibile spaziare dai cartelli da banco, stampati e accoppiati al cartone, oppure materiali compositi, sempre più robusti e leggeri, fino a vere e proprie microarchitetture serializzate per l’esposizione del prodotto.
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3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
4. Nascita del packaging industriale
5. Il vetro nel packaging
6. Il packaging design
7. Il packaging dei medicinali
In altri settori, come ad esempio quello
farmaceutico, dove si è sempre manifestato un packaging di buon livello grafico
e dove soprattutto le scuole elvetiche del secondo dopoguerra hanno imposto uno
stile diventato un modello, la massima libertà delle convenzioni e delle
normative non ha dato esiti del tutto positivi.
Ci si ritrova oggi, infatti, attorniati
da una moltitudine di confezioni su cui prevalgono strisce di colore in campo
bianco, ma che non permettono di individuare e di distinguere le suddivisioni
in sottocategorie, di separare con facilità e immediatezza uno sciroppo per la
tosse dalle cure ultraspecialistiche, che invece necessiterebbero di un
particolare riguardo.
In questo settore andrebbero studiati simboli convenzionali, classi e categorie rappresentate da colori codificati per legge. Simboli e semplici diagrammi dovrebbero sostituire perlomeno le descrizioni mediche più importanti, proprio per una più immediata comprensione. Ma si tratta ovviamente di normative, di regolamentazioni che non possono essere formulate volontariamente e liberamente da nessun designer grafico.
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3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
4. Nascita del packaging industriale
5. Il vetro nel packaging
6. Il packaging design
Un po’ alla volta si è così andata
formando la figura professionale del
packaging designer, specializzato nelle tecniche di realizzazioni cartotecniche
e di fustellatura e buon esperto di comunicazione visiva in senso generale,
quel tanto da permettergli di interpretare al meglio, esaltandole, le
indicazioni di orientamento fornite dal marketing.
Vi sono poi casi in cui è necessario far
trasparire dal packaging non tanto un’immagine alterata del prodotto, ma quanto
sta dietro a quel prodotto; ad esempio, nel caso di un’azienda che ha alle
spalle una lunga tradizione e un notevole background,
sarà utile evidenziare nella confezione quel “valore aggiunto” che
restituisca al prodotto e all’azienda i giusti valori acquisiti nel tempo.
E’ il caso della fabbrica inglese di materiali per belle arti Winsor & Newton, che affidando il redesign di tutti i suoi prodotti a Michael Peters e collaboratori, ha ottenuto come risultato un’immagine classica e attuale al tempo stesso, rispecchiando la sua storia con un gusto plein air, per mezzo delle illustrazioni adottate e con il rinnovamento formale delle bottiglie d’inchiostro, presentandosi sul mercato con una forte personalità, certamente gradita dagli artisti e dai professionisti del settore.
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3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
4. Nascita del packaging industriale
5. Il vetro nel packaging
Vi sono comunque recipienti e contenitori
la cui forma è identica da qualche secolo e che quindi non viene messa in
discussione perché ormai convenzionata, o comunque che resta appannaggio delle
associazioni di produzione, come nel caso del fiasco di vino italiano, per molto tempo prodotto dall’industria
empolese, oppure la classica bottiglia di champagne,
o quella del vino francese leggermente allungata rispetto ad altre (la borgognona).
Tipiche anche molte bottiglie di altri
prodotti in vetro stampato, tipo depression
glass, fabbricate soprattutto dall’industria statunitense dell’Ottocento. Un
esempio tipico è quello della bottiglia della Coca-Cola, che trova origine proprio in quella tecnica produttiva
del vetro, dalle modeste connotazioni.
Per le sue proprietà che lo
contraddistinguono (indeformabilità, impermeabilità, l’essere inerte e inodore,
recupero nel riciclo), il vetro risulta uno dei materiali più graditi nelle
confezioni, soprattutto per i prodotti liquidi connessi con l’alimentazione.
Oltre ai vantaggi igienico-funzionali,
quali il lavaggio, la sterilizzazione, la conservazione del contenuto, la sua
trasparenza che permette la diretta visibilità del contenuto, costituisce indubbiamente
un motivo di gradimento da parte del consumatore.
Spesso la bottiglia o il vasetto di
conserva raggiungono una forma-tipo che risulta valida per molti prodotti
concorrenti tra loro, così che la confezione si distingue solo per l’etichetta
nella sua funzione comunicativa e per l’intervento grafico che la connota.
Nel design del contenitore trasparente, il valore aggiunto viene spesso adottato dalle marche di profumi e cosmetici, questo dove si è maggiormente sensibili a un accorto uso del packaging. Anzi spesso si abusa sulle forme, imprimendo al vetro o al contenitore del prodotto velleitarie forme artistiche, quasi sempre consolidate da una griffe importante, di uno (o una) stilista dell’alta moda nell’intento di marcare con maggiore credibilità e valore il prodotto, fino a farne uno status-symbol.
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3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
4. Nascita del packaging industriale
Nonostante la totale
adesione alla pura funzionalità, si è giunti in passato, in Giappone, in modo
paricolare nella zona di Kyoto (come ha scritto Edward Booth-Clibborn), «a
produrre confezioni che spesso avevano più fascino e più valore del contenuto
stesso».
In Occidente non è mai
esistita una tradizione della confezione strettamente collegata alla natura,
anzi possiamo sostenere che, al di là dei cestini di vimini e dell’impagliatura
dei fiaschi, il packaging nasce come involucro decisamente artificiale, come
elemento industriale, di cui il più umile rappresentante è il sacchetto di
carta.
In seguito, anche per
distinguere necessariamente prodotti facilmente confondibili, si sono ampliate
le informazioni, e poi successivamente, per combattere la concorrenza, sono
aumentati gli interventi decorativi, anche per consolidare, come si è detto
all’inizio, l’identità del prodotto, di marca o dell’azienda.
Con l’avvento delle tecniche che hanno permesso una produzione altamente industriale, sia del prodotto sia dell’analoga confezione, il packaging è diventato sempre più sofisticato, ponendosi al servizio delle teorie di marketing, paradigma di ideali fasce di consumo.
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1. Questione di Packaging2. Il packaging di successo
3. Packaging: l'evoluzione delle tecniche
Se è vero che oggi è indispensabile
rispondere e far fronte a richieste articolate e complesse, anche per la natura
di un mercato denso di proposte e alla ricerca continua di propri spazi e di
nuovi sbocchi, un tempo tutto si muoveva in una dimensione artigianale e
secondo una logica funzionale in cui il surplus
era costituito solo dall’artisticità di chi aveva creato la confezione.
Si pensi, ad esempio, alle etichette
ottocentesche stampate un po’ ovunque, tutte rispettose di una cultura
calligrafica poco alla volta scomparsa. Nel suo aspetto funzionale l’etichetta ha
soltanto il compito di dichiarare il contenuto, dalla denominazione del
prodotto agli ingredienti. Ma nelle mani del designer, ha sempre costituito l’occasione
per una esibizione grafica che pone in risalto le qualità di quel determinato
prodotto. Questo è avvenuto dalla fine del Settecento fino a qualche
decennio fa.
Sotto il profilo del design, invece, sono
stati gli orientali, in particolare ci riferiamo ai giapponesi, i primi a
sfruttare un elemento naturale per la protezione e la freschezza di un
alimento, ideale per funzione e bellezza: la foglia, spesso usata come se si
trattasse di carta avvolgente. Il packaging tradizionale giapponese, che
in quel paese è diventato anch’esso espressione della sua fondamentale
filosofia, costituisce un mondo a sé, fatto di complicati giochi di pazienza
che hanno svariate e differenti fonti di ispirazione e di applicazione (come ad
esempio l’origami).
Tra i vari tipi di foglie, venivano
soprattutto adottate quelle di quercia, per confezionare i dolci di riso,
quelle di magnolia usate per avvolgere le balle di riso, o quelle di banana per
numerosi prodotti alimentari, poi legate con lacci di paglia e con inserita
un’etichetta esplicativa in carta di riso.
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1. Questione di Packaging2. Il packaging di successo
Una confezione, per ottenere successo,
specie quando si tratta di prodotti di largo consumo, deve distinguersi dalle
altre appartenenti alla medesima merceologia. Ciò è possibile se essa è in
possesso di una forte identità, raggiungibile soltanto attraverso un attento
controllo dell’immagine aziendale o, in modo ancora più specifico di una Brand image, cioè l’immagine coordinata
della marca. Le componenti del packaging che vanno prese in considerazione e
che andranno a costituire il progetto, sono:
il marchio e il logotipo, la forma della composizione, la presenza delle
immagini, il colore, il lettering e il copywriting. Soltanto attraverso una
sapiente coordinazione di questi elementi è possibile caratterizzare con
profitto lo spazio comunicativo della confezione.
«Un
buon packaging -
sostiene Giovanni Brunazzi - si propone come anello di congiunzione tra
l’immagine del prodotto e l’immagine dell’azienda; se ben congegnato esso è in
grado di valorizzare la prima e rafforzare la seconda». Tra i problemi di
identità di un’azienda vi è anche quello della continuità dell’immagine anche
nel packaging e del proprio stile, su come mantenerli costanti nel tempo, pur
senza rinunciare ai necessari aggiornamenti. Il packaging di una marca o di
un’azienda infatti, va riesaminato periodicamente, come afferma uno specialista
del settore, Marcello Minale,
co-titolare della Minale e Tatterfield
di Londra, «per essere certi che resti in
sintonia col mercato. Le modifiche nel design possono sembrare minime e ciò
nonostante sono essenziali se si vuole che la marca mantenga la sua forza senza
invecchiare».
Con l’avvento della vendita attraverso i
“segni visivi”, derivata dal preconfezionamento industriale (Brunazzi), si
assiste a un progressivo mutamento del ruolo dell’involucro, che da semplice
supporto fisico del prodotto, un po’ alla volta, assume anche una complessa
funzione informativa, con indubbie aperture verso la persuasione. Va precisato
che esistono almeno due grandi aree di intervento dal punto di vista della comunicazione
grafica da parte del designer: una di immagine, di tipo bidimensionale, dalla
più semplice etichetta fino a tutta la possibile ornamentazione per arricchire
l’involucro o gli elementi illustrativi che ne determinano lo spirito e il
valore di contenuto; l’altra di industrial design, che coinvolge il
contenitore, sia che si tratti di un sacchetto in carta o di una scatola
fustellata in cartone, sia che coinvolga processi di fabbricazione più
complessi, come contenitori in plastica, in vetro, in metallo o altri
materiali.
Quindi, al di là dei settori merceologici a cui è destinato il prodotto (di largo consumo, d’uso personale o beni durevoli), bisogna tener conto del differente approccio al problema, uno puramente grafico e informativo, l’altro di elaborazione della forma, nel rispetto delle scelte produttive, delle economie di scala, delle attese e delle esigenze del consumatore.
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