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A cavallo di secolo tra Ottocento e
Novecento alcuni noti architetti, in modo particolare gli aderenti alla Wiener Schule, si accostano ai
cataloghi di questa originale produzione, firmando nuovi modelli. Le
poltroncine di Otto Wagner per l’Osterreichische Postparkasse vengono
realizzate in una delle fabbriche Thonet;
Josef Hoffmann progetta una serie di
mobili per Kohn, poi lavora per
Thonet; Loos fa eseguire alla Gebruder Thonet le sedie che nel 1898
adotta per il suo Cafè Museum. Lo stesso Le
Corbusier nel 1925, per l’allestimento del padiglione dell’«Esprit Nouveau»
all’Expo di Parigi, scieglie, con un pizzico di polemica nei confronti dei
contemporanei, proprio le classiche e nobili Thonet, che egli considera al di
fuori di ogni influenza di moda; ne predilige un tipo, la poltroncina modello
9, che si può considerare uno dei risultati più felici finora raggiunti,
proprio per la semplicità e per la soluzione di continuità lineare delle parti.
Questa è dunque la prestigiosa condizione
dei Thonet fino a tutto il periodo compreso tra le due guerre, quando il
conflitto mondiale distrugge praticamente dalle fondamenta l’intero complesso industriale. In una
pubblicazione promozionale dello stabilimento di Frankenberg, rinato negli anni Cinquanta, si può leggere: «La seconda guerra mondiale sembrò segnare
la fine dell’azienda Thonet. Il 12 marzo 1945 i bombardamenti distrussero
totalmente fino alle fondamenta la fabbrica. I possedimenti di famiglia in
Cecoslovacchia erano perduti, la sede di Stephensplatz a Vienna bruciata. Non
rimase nulla. Nient’altro che il nome Thonet, e la volontà di ricominciare».
Parti precedenti:
1. Thomas Chippendale, un pioniere2. George Hepplewhite
3. Il neoclassicismo di Sheraton
4. L'architettura di Karl Friedrich Schinkel
5. Neoclassicismo di Schinkel
6. Il caso Thonet
7. Innovazione in Thonet
8. Produzione razionalizzata in Thonet
9. La sedia a dondolo di Thonet
10. Dopo la morte di Thonet
11. Il futuro dell'azienda di Thonet
Quando Le Corbusier, nel 1928, lavora con il fedele Pierre Jeanneret e con la giovane Charlotte Perriand ai mobili che presenterà l’anno successivo al Salon d’Automne, può far pensare i meno
attenti che egli sia influenzato da chi prima di lui ha realizzato mobili
metallici. Ma, al di là della diversa concezione, le eventuali influenze si
possono far risalire soprattutto al design di Thonet e al modo di costruire per linee nello spazio.
Le
Corbusier apprezza molto
la produzione Thonet e colloca questa industria ai primi posti della qualità
formale. Più ancora della poltrona «grand
comfort», la sua «chaise longue»
è certamente di discendenza thonetiana. Macchina da riposo, lettino da
psicoanalisi, la «chaise longue» a regolazione continua porta impresso un
accento di rigore scientifico. Anche gli altri mobili presentati al Salon del
1929 sono tutti ideati secondo un esprit
machiniste utilizzando l’esperienza di una tecnologia industriale e
areonautica avanzata. Essi costituiscono per il moderno design l’apporto
fondamentale di uno dei maggiori architetti dei tempi moderni.
In conclusione, tanto gli esiti dell’Art
Déco quanto quelli della teoria corbusiana danno luogo a uno stile
internazionale, con la differenza che il primo è lo stile dell’inclusione,
degli apporti provenienti dall’alto come dal basso, dal mobile prezioso di alta
ebanisteria come dalla bottiglia di profumo, mentre il secondo è lo stile della
selezione e della riduzione all’essenziale, che nasce esclusivamente dalla
tecnica, compresi i designer che
aderiscono alla loro logica. L’una e l’altra forma di internazionalismo
passeranno, attraverso quella significativa svolta incarnata dalla crisi del
1929, negli USA, assumendo un assetto totalmente nuovo, entro il quale tuttavia
sono sempre rintracciabili i fili della più complessa vicenda della cultura
europea.
Parti precedenti:
1. Nascita dell'Art Deco2. Art Deco negli anni Venti
3. Le fonti dell'Art Deco
4. Le Corbusier
5. Il metodo di Le Corbusier
6. L'arte decorativa secondo Le Corbusier
Le
Corbusier assume il
termine di «arte decorativa» in senso
ironico e polemico per dimostrarne la vacuità, usa la circonlocuzione di arte
decorativa senza decorazione; chiarisce il significato degli oggetti in quanto
attrezzi: «L’arte decorativa è un termine
privo di concisione col quale si vuole contrassegnare il complesso di
“oggetti-membra umane” che risponde con una certa esattezza ai bisogni di
ordine nettamente oggettivo».
Giunge dunque alla conclusiva idea che
l’arte decorativa costituisca una sorta di ortopedia: il mobile e l’utensile
come membra artificiali, come protesi. Egli individua nell’industria la
capacità di sintesi necessaria per produrre oggetti scevri di ornamenti, e la
considera come un modello di organismo produttivo autosufficiente,
un’organizzazione che può fornire oggetti rappresentativi dello stile del
nostro tempo.
Rivaluta il mobile metallico che già esisteva negli uffici e che ora passa nell’arredo della casa, sedie, tavoli, scaffali. Contesta le abitudini della tradizione: «Prima di tutto affermiamo senza ambagi che non c’è nessuna ragione perché il legno rimanga la materia prima del mobile. Se sollecitata l’industria è pronta a proporre una serie di novità: acciaio, alluminio, cemento (con particolare trattamento), fibra, e... tutto ciò che non sappiamo ancora!...».
Parti precedenti:
1. Nascita dell'Art Deco2. Art Deco negli anni Venti
3. Le fonti dell'Art Deco
4. Le Corbusier
5. Il metodo di Le Corbusier
Chi volesse studiare il contributo di Le Corbusier al design - che a metà
degli anni Venti egli chiamava ancora «arti
decorative» - limitandosi a considerare le sue prestazioni più note (il
gruppo di mobili che, in collaborazione con Charlotte Perriand e Pierre
Jeanneret, presentò al Salon d’Automne del 1929 o il progetto «auto maximum» che ha preceduto alcuni
modelli della Citroen) si accosterebbe solo all’aspetto emergente del classico
iceberg. Viceversa, la fonte migliore per conoscere la sua teoria va ricercata
in un libro pubblicato nel 1925, L’Art
décoratif d’aujourd’hui, che raccoglie articoli già apparsi sulla rivista
«Esprit Nouveau».
La visione del mondo di Le Corbusier è
quella di un tardo illuminista calatosi profondamente nel proprio tempo, ma con
un senso estetico di tipo classico: l’automobile, il piroscafo, l’aeroplano,
sono guardati con lo stesso entusiasmo del Partenone. Egli indaga un nuovo
significato sociologico che la casa assume nella cultura della «società
macchinista»: la casa diventa una machine
à habiter intesa come un prodotto industriale e su questo concetto egli fonda
il suo lessico compositivo: modularità, standardizzazione, i gesti dell’uomo e
la scala umana come unità di misura; e, inoltre, pilotis, finestre a nastro, giardini pensili,
ecc. I progetti «Citrohan» (1922) e «L’Esprit Nouveau» (1925) sono pensati con
gli stessi intenti dei casiers standard:
l’alloggio tipo come il mobile tipo.
I suoi metodi consistono nel definire,
classificare, sistemare; nei suoi postulati tutte le attività umane si possono
riassumere in queste: vivere, lavorare, circolare, avere cura del proprio corpo
e della propria mente. Ai bisogni tipo dell’uomo, che per Le Corbusier è uguale
ovunque - e questo conferma il suo cosmopolitismo - egli risponde con
l’alloggio tipo e con i mobili tipo. Più prossimi al nostro corpo sono per
contatto e per funzione tali oggetti, tanto più sono assimilabili a membra
artificiali, egli afferma, fino a giungere alla conclusiva idea che l’arte
decorativa costituisce una sorta di ortopedia.
Essendo figlio spirituale dei filosofi illuministi del XVIII secolo, e degli utopisti del XIX, è tra coloro che contribuiscono all’instaurazione del mito moderno del sole e della solarità: la finestra continua, il solarium, il giardino pensile, come spazio reale e fittizio, casa nella casa. All’interno, l’arredo mobile si contrappone ai casiers standard, aggregabili in sempre nuove composizioni. Tensione tra il rigore cartesiano e le forme libere. Infatti i primi possono sostituire completamente i vecchi muri divisori e diventare gli unici elementi che conformano lo spazio di ogni ambiente, mentre gli elementi mobili sono quelli che lo occupano. La riduzione di tutto l’arredo a elementi fissi e mobili - e ciascuna categoria con la funzione spaziale appena indicata - consente di dire che Le Corbusier ha messo in crisi la nozione stessa di arredamento, scindendo quest’ultimo in «architettura» e «design».
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1. Nascita dell'Art Deco2. Art Deco negli anni Venti
3. Le fonti dell'Art Deco
4. Le Corbusier
Come è noto dalla storia dell’architettura,
alla stessa Esposizione del 1925 Le
Corbusier è presente con il padiglione dell’Esprit Nouveau, ovvero una cellula di abitazione pensata per venir
moltiplicata e aggregata. Al di là del notevole contributo teorico dato da Le
Corbusier al problema del design, qualcosa in comune con i migliori artisti
Déco lo aveva anche l’autore di quel padiglione, così «scandalosamente»
progressista.
Pensiamo in particolare all’opera di Jacques-Emile Ruhlmann; questi era il
più noto mobiliere del tempo e l’erede della migliore tradizione nazionale; nei
suoi modelli associava la semplicità geometrica della forma all’impiego dei
legni e materiali più preziosi (l’ebano, l’avorio, ecc.); era vicino ad alcuni
accenti linguistici corbusiani per la predilezione di mobili a larghe masse
sorretti da fusti estremamente sottili.
Così come Ruhlmann è stato l’arredatore
della borghesia francese, Le Corbusier si dispone ad essere quello della
borghesia di tutta Europa. Fra le numerose e significative indicazioni
contenute in un brano scritto da Persico
nel 1934, c’è un’amara quanto realistica considerazione: la coscienza, fin da quegli anni, del
fallimento del design come un’arte economicamente accessibile a tutti.
L’intuizione di Persico, la sua
pessimistica quanto vera profezia, non ci esime tuttavia dall’obbligo di dar
conto del contributo di Le Corbusier alla vicenda del design. Egli ha formulato
su questa materia una delle teorie più chiare, che paradossalmente sembra
trovare il suo maggior punto di forza nel fatto che egli visse fuori, sia pure
come attento e informatissimo osservatore, tanto dal problematico travaglio
tedesco, quanto dal più pragmatico produttivismo americano.
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1. Nascita dell'Art Deco2. Art Deco negli anni Venti
3. Le fonti dell'Art Deco
Un’altra celebrata fonte dell’Art Déco
furono i balletti russi di Diaghilev
tenuti a Parigi dal
Passando alle fonti ancor più eterodosse
della tendenza in esame, un posto di rilievo è quello del sarto Paul Poiret. Questi viene definito da
Giulia Veronesi «un personaggio chiave delgi anni Venti, intorno al quale si
muove tutta la macchina della haute
couture, e quella dell’arte decorativa e della mondanità parigina.
L’Art Déco - i cui maggiori esponenti
furono Ruhlmann, Lalique, Jourdain, Sue e Mare, Lepape, Iribe, Chareau, Legrain, Erté, gli artisti dell’atelier Martine
- presenta una iconografia assai ricca, e molti suoi stilemi appaiono quasi
invarianti al variare delle applicazioni: uno stesso motivo - quello della
riduzione geometrica, della struttura scalare, della fontana zampillante, delle
forme zig-zagate, degli oggetti trattati con colori puri, dei profili
curvilinei in pianta come in alzato, ecc. - si trova indifferentemente in una
conformazione architettonica, nel volume di un mobile, nella forma di un
oggetto d’uso, nel disegno di un tessuto.
Dal punto di vista critico, c’è chi ritiene il Movimento Moderno non
limitato al solo Razionalismo, ma
comprensivo di tutte le poetiche dell’architettura, del design, delle arti
visive (quindi anche dell’Art Déco), che si sono avvicendate per alcuni
decenni.
Ma se quelli citati sono i fenomeni produttivamente più significativi (accanto all’«industria» del mobile ve ne furono altre qualitativamente assai pregevoli, dei metalli, del vetro, della ceramica, delle arti grafiche), non è facile vincere le resistenze che si oppongono a far rientrare i manufatti dell’Art Déco nel novero del design.
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1. Nascita dell'Art Deco2. Art Deco negli anni Venti
Il maggiore contributo dato dalla Francia
alla storia del design fu un vasto e seguito movimento del gusto, l’Art Déco, e l’apporto teorico del
maggiore architetto ivi operante. Impropriamente tale movimento prese nome e
notorietà dall’Exposition Internationale
des Arts Décoratifs tenutasi a Parigi nel 1925. L’improprietà sta in primo
luogo nella cronologia degli eventi.
La grande mostra delle arti applicate fu
ideata nel 1907 (anno della fondazione del Werbund),
fu progettata nel 1913, rinviata per lo scoppio della prima guerra mondiale al
1922 (quando la Wiener Werkstaette
faceva scuola da quasi un ventennio), e finalmente realizzata solo nel 1925
(quando Gropius inaugurava la sede
del Bauhaus a Dessau).
Rapportata a questi basilari episodi del
design europeo, l’Art Déco appare un fenomeno anacronistico se lo si data
all’Expo del 1925, che non va considerata come l’inizio della tendenza ma
piuttosto come il suo tramonto. Infatti, le persone, le idee, i prodotti, le
manifestazioni, che nel loro insieme costituirono il movimento chiamato più
tardi Art Déco, si trovano già attive nel primo decennio del Novecento e il
movimento stesso fu una sintesi di tutti gli eventi francesi di tale decennio:
dalle avanguardie figurative del Cubismo
e del Fauvisme ai grandi spettacoli
internazionali, segnatamente i balletti russi di Dialighev, dalle innovazioni tecnologiche in campo automobilistico
e aeronautico all’industria della moda, che proprio in quegli anni raggiungeva
la sua fama internazionale.
Nei primi decenni del Novecento Parigi
«progetta» l’Art Déco, una curiosa mescolanza di motivi e stilemi derivanti da
varie fonti. La prima e, per così dire, più solida è quella che dal «ramo»
geometrico dell’Art Nouveau, si pensi all’opera di un Mackintosh, s’innesta nel Protorazionalismo
austriaco e in particolare nell’attività di Hoffmann. Già nei primi momenti di Hoffmann appaiono alcuni temi
che caratterizzano il gusto degli anni Venti; va ricordata la semplificazione
geometrica delle figure incassate in un riquadro di Palais Stoclet, con il caratteristico motivo della corbeille e la composizione simmetrica a
volumi slittanti della torre dello stesso palazzo, significativa anticipazione
delle cuspidi dei grattacieli di New York.
L’uomo di cultura
occidentale, basandosi soprattutto sugli studi degli antichi greci, dal
Rinascimento in poi si è sforzato di individuare nel «modulo» l’entità
atomistica, la chiave di lettura, l’elemento base da cui partire per costruire
un sistema. Questo si è rivelato in natura, con l’ausilio della geometria, come
un elemento regolatore variamente
applicabile: dall’esempio della conchiglia nautilus e della struttura
interna dei vegetali, fino all’ordine cosmografico, tutto è modulare, tutto è
strutturato. Numerosi architetti negli ultimi due secoli hanno operato
sfruttando appunto le leggi geometriche delle forme organiche, da Joseph Paxton, costruttore del famoso
Crystal Palace a Londra nel
L’applicazione dell’indagine matematica alla «lettura»
scientifica dell’architettura, a sostegno che tutti i capolavori sono
espressione di equilibrio e armonia, ha spinto alcuni artisti e studiosi ad
approfondire queste griglie nascoste e il significato simbolico dei numeri e
delle ripartizioni che compongono il tutto .Oltre alla divulgazione dei
princìpi gestaltici applicati alle opere d’arte da parte di Rudolf Arnheim, questo genere di
indagine trova particolare interesse e approfondimento presso i teosofi
moderni, perlomeno dagli ultimi decenni del secolo diciannovesimo in poi,
proprio per le connessioni individuate tra pensiero filosofico e rapporti armonici.Vi
troviamo coinvolti, ad esempio, alcuni architetti esponenti della Chicago
School, quali lo stesso Louis Sullivan
e il suo editore Claude Bragdon. Più
tardi, negli anni della prima guerra mondiale, in Olanda, Schoenmaekers, interprete del pensiero di Platone e amico, oltre
che ispiratore, di Mondrian.
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2. Costruzione geometrica dei formati rettangolari